Web Jobs: seconda parte dell’incontro del 21 gennaio

Terminiamo il resoconto dell’incontro del 21 gennaio sulle nuove professioni del web. E’ il turno di Web Analyst e e-reputation.

Concludiamo il resoconto sull’incontro del 21 gennaio dedicato alle nuove professioni del web che abbiamo iniziato nell’articolo di ieri.

Le nuove professioni del web: il Web Analyst

Di tutte le nuove professionalità del web, forse la Web Analysis è la più trasversale. Un tempo la difficoltà maggiore nel fare marketing era tracciare i risultati delle operazioni strategiche che si mettevano in atto per un cliente.
Ora con il web questa difficoltà non c’è più, perchè tutto è tracciabile. Ed è la Web Analysis che si occupa di questo, attraverso l’analisi dei dati in rete, la lettura delle statistiche e la creazione di report che interpretino questi dati. Tracciare dei risultati senza poi analizzarli sarebbe uno spreco enorme.
La raccolta dei dati e la loro analisi sono e devono essere funzionali quindi al miglioramento delle performance di un sito: essere sul web, ma non essere trovati è inutile.

Il Web Analyst lavora in sinergia con tutti gli altri ruoli comunicativi (il content curator e il community manager in primis) e analizza le “conversioni”, ovvero quando l’utente fa quello che noi vorremo che facesse. Ad esempio l’analisi del lessico usato su una pagina Fan di Facebook (usare una parola piuttosto che un’altra) può far capire quali parole hanno fatto alzare il livello di “conversione”.
L’azione che isi vuole ottenere può essere il click su il “Mi piace”, la condivisione di un contenuto, l’iscrizione a una newsletter, la compilazione di una form di contatto, o nei casi di un commercio elettronico l’acquisto di un prodotto.

Il Web Analyst è quindi “un mediano” che deve dialogare con tutte le altre figure e far correggere il lavoro di tutta la squadra, se non si raggiungono gli obiettivi desiderati.
La Web Analysis è anche una cartina tornasole delle strategie offline e online. Ci si può accorgergere per esempio che il mio sito è molto visitato grazie all’utilizzo ottimale di tecniche SEO, ma contemporaneamente posso osservare dalle statistiche che nessuno cerca il nome della mia azienda in Google. Questo significherebbe che sto lavorando male (anche offline) sul mio brand.

I Big data

C’è poi l’importantissimo discorso della frontiera dei Big data: mole di dati talmente grandi da non poter essere analizzata in maniera comune.
L’interesse nei confronti dei Big data è cresciuto sempre di più negli ultimi anni perché si riconosce la grande potenzialità racchiusa dall’enorme quantità di dati che produciamo ogni giorno.
Per via anche all’uso diffusissimo dei social media, si calcola che ogni giorno, produciamo 2.5 quintilioni di byte di dati, di cui il 90% dei dati presenti ora, sono stati prodotti negli ultimi due anni.
E questi dati dicono tutto di noi: gusti, abitudini, professioni, e tanto altro.
Appare quindi ovvio che la loro interpretazione può essere molto redditizia soprattutto se si pensa che la lettura corretta di questi dati potrebbe permettere di capire in anticipo sentiment pubblici a livello sociale e politico (vedi l’ultima campagna di Obama), nuove tendenze musicali e nel campo della moda, insomma su tutto ciò che fa parte del nostro quotidiano.
Immaginiamoci la potenza di uno strumento che permette di prevedere che un nuovo prodotto avrà successo o meno.
Ora le aziende stanno prendendo decisioni per produzioni che saranno sul mercato tra 3/4 anni, quindi pensiamo a quanto sarebbe strategico avere quelle informazioni in questa fase.

La nuova sfida dell’IT è quindi il data mining, cioè la possibilità di creare algoritmi talmente raffinati da essere in grado di estrarre informazioni dall’enorme mole dei Big data. E per fare questo strumenti come i database relazionali non sono più sufficienti, ma ne servono di nuovi per raccogliere, archiviare e visualizzare una mole così grande di dati. Questo è sicuramente un settore in grandissima espansione su cui moltissime grandi imprese stanno investendo (Google per prima, IBM, Facebook, ecc.).

E-reputation manager

Il lavoro dell’e-reputation manager è complementare a quello del web analyst e ha ovviamente delle ricadute su tutto il team comunicativo per correggere il tiro se per esempio il sentiment percepito in rete riguardo al proprio cliente sta cambiando e sta lasciando trapelare elementi da frenare.
E’ importante essere ottimi osservatori, molto precisi e attenti ed essere in grado di lavorare in team e con dei ritmi molto veloci.

Si tratta di fare un’analisi non solo quantitativa dei dati (estratti dai programmi software utilizzati per la ricerca di determinate parole chiave legate al nostro cliente) ma anche qualitativa.
Ci sono tanti strumenti per analizzare la reputation online: una volta settato un panel di keywords, il software ci riporta una serie di risultati e allora è qui che interviene la nostra competenza e la nostra sensibilità. Le macchine da sole non potranno mai analizzare in maniera esaustiva i dati raccolti perché per esempio non sono in grado di cogliere l’ironia. Sta quindi a noi analizzare perché un determinato post ha suscitato commenti più freddi rispetto ad altri, se una campagna pubblicitaria è stata mal interpretata o il motivo per cui un articolo ha avuto successo.

L’incontro si è chiuso con una serie di domande da parte del pubblico ai relatori, da cui è emerso che il momento per sfruttare queste possibilità offerte dal web è adesso, utilizzando tutte le modalità formative disponibili per poter rimanere aggiornati sugli sviluppi del complesso mondo del lavoro sul web.

Report redatto con il contributo di Iris Locatelli –  Progettazione e sviluppo web presso Smart.it

Francesco De Nobili